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Sergio Camiz 2009

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La poliedricità dei suoi interessi professionali e culturali si trasfonde nella sua opera artistica, che ripete la poliedricità, stavolta nella scelta dei materiali con i quali sono composte le sue opere. Se per le sue creazioni favorisce il ferro, ferro vecchio, trovato un po’ dappertutto, riciclato e presentato in una nuova veste, ci ritrovi tuttavia altri metalli, metalli vecchi, usati, o semplicemente dismessi, come avanzi di lavorazioni, talvolta il legno, anch’esso tuttavia legno vecchio ed usato, ed altro ancora. Prima che oggetti abbandonati al loro destino, son materiali poveri, poverissimi, apparentemente rifiuti del mondo umano che ci circonda, ma che, secondo Paolo Camiz, contengono in nuce un’essenza, una potenzialità espressiva, una forza comunicativa che chiedono d’esser rivelate e trasmesse. Con questi materiali egli lavora ad una ricerca maieutica d’un opera artistica che vuole emergere come magicamente, ma anche prepotentemente, da volgari rifiuti abbandonati dagli ignari, e che egli quindi intende aiutare ad esistere nella loro identità ed originalità. E l’opera si compie, magicamente, dall’assemblaggio di pezzi sparsi, trovati chissà quanto distanti l’uno dall’altro, come parti d’un’unità separate da un’esplosione immane, ma da Paolo Camiz ricondotti sapientemente alla loro unità, primigenia forse, una sinfonia di messaggi composti da frammenti, uguali o diversi, saldati l’uno all’altro, in cui se ne esaltano il carattere, la personalità d’ognuno, la loro intrinseca bellezza. Incontri così messaggi talvolta lievi, appena accennati, come nei tondini, tondini di ferro da cemento armato, le cui volute, tracce d’un disegno spaziale più grande, non fanno che imitare l’eleganza d’un canto elegiaco; messaggi talvolta marcati e goffi, come in assemblaggi di materiali d’origine agricola, che ridanno la concretezza e l’ingenuità della campagna; talvolta, in assemblaggi di materiali industriali, messaggi urlati con tutta la rabbia d’una ruota dentata arrugginita scissa, per chissà quale trauma, dall’ingranaggio in cui viveva il suo inconsapevole ed insostituibile ruolo nella civiltà delle macchine. Se in certe composizioni ci senti un’influenza di Mirko Basaldella, cui Paolo Camiz bambino era legato da affetto e che in qualche modo oggi richiama come artista, è l’aspetto maieutico e didattico che risalta maggiormente nelle sue opere e si presenta come il suo tratto più caratteristico ed originale: Paolo Camiz, come Fabrizio De André ci insegna a non disprezzare i rifiuti, abbandonati chissà da chi, chissà da dove, chissà perché, né ad usarli in un meccanicistico riciclaggio, che li negherebbe proprio in quanto rifiuti d’una società d’immagini belle e pure che non ammettono il loro contrario. Come De André ci mostra come, sapientemente riuniti in un concerto mistico, essi possano dar vita ad un messaggio positivo e vitale: così, guardando le sue opere, si può davvero dire, con Fabrizio De André: «Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior».

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